ARTURO, IL MIO BASSOTTO


ARTURO, IL MIO BASSOTTO

del Sig. Claudio Bosio – Milano

 

«In paradiso si va in virtù della grazia. 

Se si andasse in base al merito, 

tu rimarresti fuori                                                                                                                                                                               

ed entrerebbe il tuo cane».

 

Mark Twain

 

 

È meglio sfatare subito una delle tante leggende metropolitane. Non siamo i “padroni” dei nostri cani. Siamo i loro schiavi. E, detto inter nos, siamo felici di esserlo.

Nel caso del bassotto, poi, l’asservimento non può che essere totale. Il bassotto lo esige, lo impone, non tollera sconti. Questo dipende, penso, proprio dalla sua stazza, dall’altezza comparativamente esigua. Il bassotto, come tale, ha il cervello più vicino al cuore, rispetto ad altri suoi consimili. Ama in fretta. Pensa rapido. E agisce di conseguenza.

Tanto per capirci, compariamolo con la giraffa. C’è un eloquente poesiola che fa: «La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri. Si è innamorata ieri, e ancora non lo sa».

Prima di aprire, incondizionatamente, il suo cuore, il bassotto ti annusa, ti cataloga, ti studia. Poi, se gli garbi, ti accetta. Ma guai a te, se lo disilludi. Capacissimo di metterti il broncio per giorni interi.

Il mio Arturo, in fatto di cervello, è, senza esagerare!, l’Einstein dei bassotti. Capisce un’ira-di-Dio di parole. Io mi ritrovo assai spesso a parlargli. Anche di fisica quantistica. Lui è in grado di comprendermi. Ne sono certo. Anche se gli parlassi in latino o in inglese. Lui capirebbe le parole che gli dico e non solo in base al tono con cui le pronuncio. Ad esempio, “Usciamo!“, qualsiasi sia l’intonazione della mia voce (stanca, allegra o abbacchiata..) lui comprende benissimo: finalmente lo aspetta l’agognata passeggiata idraulico-pneumatica. Con il petto poderoso che sfiora quasi l’asfalto, l’Arturo sfida, indomito, le più capricciose condizioni meteorologiche. s’impiastriccia nel catrame deliquescente dei sozzi marciapiedi estivi, rischia d’annegare nelle pozze d’acqua piovane, che i tombini di Milano non smaltiscono mai, si assidera le zampine nel ghiaccio (misto a neve e a sale) dell’inverno più efferato.

L’Arturo, durante l’arco della giornata, sa spartirsi tra me e mia moglie. Alla mia età le mie attività casalingo-motorie sono assai ridotte. Scrivo, leggo, studio, guardo la TV (quando gioca il Milan!), ascolto musica (sinfonica). All’Arturo, dico sul serio, la musica sinfonica piace. Ed ha le sue preferenze in merito. Predilige la Va di Malher (lo calma) mentre non ho ancora capito cosa pensi del Lago dei cigni di Čajkovskij. Propendo a credere che vorrebbe ballare. Ma purtroppo gli manca la partner. Oltre che le gambe di Rudolf Nureyev.

L’Arturo, quando mi tiene compagnia, si trasforma. Diventa un gatto. Si, un gatto come quelli del Cardinale Richelieu. Mi si piazza accanto, costringendomi al bordo estremo della poltrona. Ed io ne approfitto per fargli una carezza lunga come una gugliata, dal crapino fino all’ultimo pelo della coda.

Vorrei che Arturo mi parlasse. Ma so di chiedere troppo. In fondo, il suo grande silenzio mi consola delle futili parole di tanti uomini.

Vivere con un cane è come … ascoltare una sinfonia di Beethoven: pretendere che si possa capirla in cinque minuti è assurdo. Solo dopo averla ascoltata e riascoltata ne scopriamo l’incanto. È lo stesso con il nostro bassotto: stargli accanto e dedicargli molto tempo, guardare come e con che cosa si diverta, imparare cosa si aspetti da noi, cosa desideri fare. È una scoperta continua, strepitosa come un crescendo musicale.

Vi rivelerò un segreto. Il bassotto, in realtà, è un gigante in miniatura. Non lo dite a nessuno: il mio Arturo, in particolare, è un Golia camuffato da Davide.

State attenti a come vi comportate con lui. Io vi ho avvisato!